Progetto Storia del '900. Strumenti didattici

 

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Cefalonia 11.700 motivi per non dimenticare
(a cura di Grazia Perrone)

 

Grazie al personale interessamento del Capo dello Stato (che il primo marzo prossimo renderà omaggio ai nostri caduti) l’eccidio di Cefalonia – operato dalla Wehrmacht, l’esercito regolare tedesco – è stato rimosso dall’oblio in cui era stato lasciato cadere. Eppure numerose sono state le testimonianze formulate negli anni immediatamente successivi alla fine della guerra e al rientro dei, pochi, sopravvissuti dai lager di prigionia tedeschi. Il primo resoconto sulla tragedia di Cefalonia è scritto già nel 1945 da Giuseppe Moscardelli: il secondo da don Romualdo Formato, cappellano della divisione "Aqui".

Solo nel 1963, però, - grazie al libro di Marcello Venturi "Bandiera bianca a Cefalonia" – i fatti di Cefalonia acquistarono rilevanza nazionale al punto da costringere la Procura generale di Stato di Dortmund ad aprire un’istruttoria che, dopo un anno, fu archiviata.

Ora, finalmente , se ne torna a parlare. Grazie al Presidente Ciampi e ad un libro (nuovo) di Alfio Caruso di cui allego la recensione pubblicata, il novembre 2000, su "La Gazzetta del Mezzogiorno" di Bari.

 

Le cifre del massacro

Nel settembre del 1943 la divisione "Aqui" – dislocata nelle isole greche di Cefalonia, Corfù, Zante ed altre minori – era composta da circa 12mila uomini. I combattimenti – durissimi – iniziarono il 13 settembre. Il 23 settembre, dopo la resa, si contarono oltre 1.300 caduti in combattimento. Più di 6mila – compreso il generale Gandin – furono massacrati successivamente dalla Wehrmacht nonostante avessero deposto le armi. Degli scampati circa 3mila morirono nelle stive delle navi affondate durante il trasporto al Pireo. Gli altri vennero dapprima condotti nel campo denominato "Marginot" di Atene e poi deportati nei lager di Muhlberg, Munster, Slonim e, soprattutto, Zeithan: molti non sono tornati. Di essi padre Luca M. Ayroldi catturato a Corfù dopo l’otto settembre e deportato in Germania nel campo C di Zeithan in Sassonia scrive nelle sue memorie: (…) "Morte di inedia! E’ la pura verità, anche se nelle cartelle cliniche veniva scritto TBC polmonare; questa era la conseguenza ultima della gran fame patita. E tutti i ricoverati del campo C furono vittime di quel male… Unico rancio insufficiente, l’umidità delle baracche sconquassate, la febbre in continuo aumento, l’impossibilità di soddisfare la sete…tutto seminava disperazione desolazione e morte! In Zeithan 900 soldati sono morti in meno di due anni, Zeithan è il campo della morte, da cui i nostri caduti invocano ancora il nome dell’Italia"(…). (cfr V.A. Leuzzi - La Gazzetta del Mezzogiorno - 10 gennaio 2001).

 

Bibliografia

Per chi fosse interessato a saperne di più sull’eccidio di Cefalonia e sulla sorte dei nostri soldati nei lager nazisti allego la bibliografia.

Grazia Perrone

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